Montefusco, il carcere e i lager dei Borbone

[tartto dal film Noi cedevamo. – “Alluccate viva o’ re!” (Dice il carceriere borbonico, mentre il plotone punta il fucile ai patrioti liberali prigionieri) … alluccate viva o’ rre! – Ecco una scena di cattiveria borbonica, mostrata nella pellicola del film di Mario Martone]. —

Una piccola premessa, Questa scena, insieme a poche altre è, una delle migliori interpretazioni che, sintetizzano la crudeltà borbonica verso i fautori dell’Italia moderna, chiaramente è una semplificazione cinematografica, questo va precisato perché la crudezza del regime borbonico non si limita a questi aspetti (minori) rappresentati nel film. Appare ovvio che, il regista non aveva in mente un film horror. Quindi su numerosi aspetti il regista Mario Martone non ha saputo rappresentare con le giuste metafore cinematografiche, le reali condizioni di vita miserevoli presenti in quell’epoca disumana e fatta di vessazioni e tormentum perpetuo sofferto nei lager borbonici. — Quindi, come meglio dirò alla fine di questo pezzo, il film specialmente nella seconda parte e sul finale manca i suoi obiettivi e,  a mio parere esce dai paletti e verso la fine, non  rispecchia più la linea originale dell’autrice del romanzo (Noi credevamo) di Lucia Lopresti. Pertanto finisce per scadere nella pochezza di chi guarda al passato conoscendo il presente, e quindi fornice una chiave di lettura che fiancheggia quella nuova retorica neo-secessionista del terzo millennio, dalla quale il napoletano borbonico “risulta quasi un simpatico giocherellone”. Ma la realtà fu tutt’altro e questo non è stato rappresentato al cinema, se non in minima parte.  — (Desidero rimarcare che, Lucia autrice del romanzo era la nipote di Nocola Lopresti che, fu tenuto in carcere proprio a Montefusco, e quindi la scena che descrive nel romanzo che poi viene trasferita al grande schermo del Cinema internazionale, in realtà non fa altro che riportare alla ribalta, in maniera macroscopica, quegli orrori che si compivano nel quotidiano e da molti secoli sulla vetta del fosco-monte.

Clicca qui –> e scarica l’opuscolo:( Montefusco, ora parliamo dei lager Borbone) in formato PDF MONTEFUSCO_anno 1951 In figura: – Montefusco negli anni 50 del XX° secolo, ancora persistono le antiche cause che garantivano l’isolamento della struttura carceraria che caratterizzò il borgo montano per lunghi secoli.  Il paese era ancora privo di strade asfaltate. SCARICA L’OPUSCOLO: MONTEFUSCO E I LAGER BORBONE “COMPLETO” IN FORMATO PDF Clicca qui –> e scarica l’opuscolo:( Montefusco, ora parliamo dei lager Borbone) in formato PDF

§1 – Montefusculi, «Le sue prigioni sono cadenti e squallide.» – Così riporta una lapide sita in via seggio, scrisse Angelo Ruggi(er)o, nell’anno del signore 1738». Quello era l’elevato ed alpestre patibolo dei Normanni, già definito Spielberg–Borbonico dell’Irpinia (dalle scritture dell’Abate Pasquale Ciampi, poi riprese da Palmerino Savoia nel XX° secolo).

Al romìto luogo, soventemente si giungeva in ginocchio e in catene, oppure strisciando e con le carni lacerate e sanguinanti; tutto questo avveniva, perché si era legati ai possenti cavalli dei gendarmi del Re. E persino quei muscolosi destrieri, nonostante fossero abituati a tale travaglio, assai spesso erano provati per le fatiche dovute a quelle impervie mulattiere che, per tutta l’epoca dell’ancien régime, mai videro rotolar su di esse il legno tondo e raggiato d’una qualsiasi “ruota”. Le strade per Montefusco in realtà non c’erano, e quei pochi sentieri che fin sopra vi giungevano, erano così stretti che, i cavalli dovevano viaggiare in fila indiana. Erano mulattiere, adatte più ai buoi e alle capre che a questi agili destrieri campestri. – Così dunque, in un passato mai tropo lontano, si vedevano queste torbide scene di carne, sangue, sudore e dolore. E allora, strette file di guardiani, cavalli di grossa stazza e, poveri uomini striscianti e tenuti in catene, rumoreggiavano zigzagando con affanni, nitriti, colpi di frusta e imprecazioni. Questi erano i suoni che contraddistinsero l’epoca Borbonica a Montefusco; tali suoni riecheggiavano e creavano sgomento in tutta “LA VALLE FELICE”. Oggi quella valle si chiama, Santa Paolina. – Soventemente i cavalli scuotendo la testa, manifestavano l’intento di fermare quella marcia tortuosa che, gli procurava sudori e affanni; e allora il gendarme borbonico senza provare pietà, né per gli uomini e nemmeno per le bestie di cui si serviva, con possenti colpi vibrati, sferrati con la normale crudeltà di cui vivevano nel loro quotidiano, costringevano anche i cavalli doppiamente sofferenti, (sia per le fatiche e, sia per l’esser indotti) di salire, lungo tali ripidi strapiombi che circondavano il fosco Monte della Forca Borbonica.

§2 – Le Carceri Borboniche erano un “carnaio”

Il carcere degli orrori dei Borbone, detto Spielberg dell'Irpinia, sito sulla vetta di Montefusco, ad oltre 750 metri di quota.

Il carcere degli orrori dei Borboni, detto Spielberg dell’Irpinia, sito sulla vetta di Montefusco, ad oltre 750 metri di quota.

Il “Carnaio” di Montefusco (AV), fu il simbolo della tirannìa dei Borboni[…]. — Le carceri del Napoletano erano e sono da considerare come la più nefanda creazione della ingiustizia e della malvagità umana, la negazione d’ogni bene, l’affermazione d’ogni male, bolge d’espiazioni crudeli, affatto prive dello scopo di migliorare i traviati, che anzi servivano viemmaggiormente a pervertirli; fosse a serragli di belve e di efferati tormenti, tali che fantasia di romanziere non giunge a inventar più nefandi, cloache di sozzura e di tristizie, scuole di vizi, d’immoralità, di viltà e prepotenza ad un tempo, dove l’umana carne si gettava ad imbrutire e a marcire, e non per altro che per imbrutire e marcire. Noi stessi, i politici, secondo che la reazione per le sue continue vittorie addiveniva più audace e più avida di vendetta, noi stessi, ripeto, di quella brutta creazione dovemmo assaporare l’immanità sino alla feccia. […]. «Le carceri del Napoletano non erano, né dovevano esser altro che il “carnaio” dove si perde anima, sentimento, ossa e vita» – (Sigismondo CASTROMEDIANO [1811 – 1895], Carceri e galere politiche, Tomo I°, pagg. 39, 45) – Tuttavia dei lager del Borbone si parla veramente poco o nulla. Così tuttora, nessuno ci parla mai delle memorie degli altri compagni di cella del Castromediano, e per fare qualche esempio, tace ancora nel buio la monografia intitolata: Raffinamento della tirannide borbonica ossia I carcerati in Montefusco, Reggio Calabria, Tipografia Adamo D’Andrea, edizione del 1863.[…]

§ 3 – Una storia di spiriti e di fantasmi aleggia come leggenda, intorno alla costruzione della chiesa di S. Maria di Mezzo Mondo. La stessa è tratta dal libro Montefusco dell’Abate Palmerino Savoia, ediz. di settembre 1972; pagg. 155, 156

Chiesa di S. Maria e S. Alberto Magno, in contrada Serra.

Chiesa di S. Maria e S. Alberto Magno, in contrada Serra.

 Abbiamo già accennato a questa chiesa (che pero si trova nel territorio di Montemiletto) parlando dei condannati a morte dal R. Tribunale di Montefusco, che venivano in essa seppelliti.  Ne riparliamo qui per ricordare un misterioso avvenimento che indusse l’arcivescovo di Benevento G. Battista Foppa a dare alla chiesa quella pietosa destinazione.

Prima i cadaveri degli impiccati magari dopo essere stati squartati e affissi nei trivi delle pubbliche strade, venivano gettati in una fossa comune, detta la carnaia, scavata sulla Serra vicino alle forche. Intorno all’anno 1665 l’arcivescovo Foppa si recava un giorno da Montemiletto al convento di S. Egidio. Arrivato sulla Serra gli si fecero incontro due signori vestiti alla sgargiante foggia spagnuola, seguiti da molti altri più dimessamente vestiti, dalla apparenza di servi. I due senza qualificarsi, fecero un profondo inchino al Presule e quindi lo pregarono di interporre la sua autorità presso i Magistrati secolari affinché permettessero che i resti degli impiccati avessero cristiana sepoltura nella vicina chiesetta della Pietà (o S. Maria in Piano o di Mezzo Mondo) e non si trascurassero le opere della cristiana pietà verso quelle povere anime. Fatta la supplica e ripetuto l’inchino si allontanarono. Non ostante le più accurate ricerche eseguite in tutta la zona non fu possibile scoprire chi erano quei due signori e donde erano venuti. Si pensò allora che fossero Anime del Purgatorio apparse sotto forma umana per sollecitare, con la cristiana sepoltura, preghiere e suffragi per le anime dei condannati a morte. Il fatto, (con la persuasione che si trattasse di Anime del Purgatorio) produsse in tutti una impressione enorme. Anche i Magistrati preposti alla Giustizia umana si convinsero che era poco cristiano il loro modo di comportarsi verso i poveri resti degli impiccati. La chiesetta con le spontanee offerte delle popolazioni venne adattata alla pietosa destinazione.

***

Il Card. Orsini ebbe cure particolari per la chiesa di S. Maria di Mezzo Mondo. Rovinata nel terremoto del 1688 la fece riedificare e ampliare e il 20 luglio 1723 la consacrò in onore della Beata Vergine e del Beato (ora santo) Alberto Magno, concedendo 100 giorni d’indulgenza a coloro che avrebbero pregato per i condannati ivi sepolti e 100 giorni a quelli che avrebbero partecipato alle esequie quando i corpi degli impiccati – post expletum humanae institiae rigorem, – venivano portati alla sepoltura nella chiesa.

 Clicca qui –> e scarica l’opuscolo:( Montefusco, ora parliamo dei lager Borbone) in formato PDF     LINK ESTERNI E CITAZIONI UTILI PER APPROFONDIRE: 1. LO SPIELBEG DELL’IRPINIA  a cura dell’ Abate Palmerino Savoia Il carcere di Montefusco Davanti ai nuovi fermenti il re Ferdinando II, fidando ciecamente nella sua curiosa teoria «dell’acqua santa» (stato pontificio) e «dell’acqua salata» (il mare) – «acque» che avrebbero dovuto costituire due potenti baluardi per la sicurezza del suo trono – anziché imboccare la strada di un illuminato riformismo, accentuò il suo assolutismo ed il suo isolamento politico, e intraprese un’azione di spietata ed ottusa repressione. Mai come in quegli anni le prigioni del Regno rigurgitarono di patrioti arrestati dalla polizia anche per un minimo sospetto di essere liberali o filocavourriani. A cominciare dal 1852, negli ambienti liberaleggianti del Regno al timore di venire arrestati dalla polizia se ne aggiunse un altro: quella – sventura nella sventura – di finire a Montefusco. […] segue al link –> http://www.iststudiatell.org/rsc/art_2o%5Cspielberg_irpinia.htm 2. Noi credevamo — (dico il romanzo, non il film del 2010) — il romanzo storico edito dalla Mondadori per la prima volta nel 1967, di Anna Banti, stravolto dal recente film del 2010 girato dal regista Mario Martone e pluridecorato dalla critica del cinema internazionale che, non perde occasione di premiare chi affossa l’Italia colpendola al cuore della sua cultura con “mistificazioni” avvenute dopo la morte degli autori dei romanzi che, tutt’altro vorrebbero dire. — [Questo avvenne anche a George Orwell, noto anti-comunista e anti-marxista, che diede a Marx le sembianze di un “PORCO”, e pensarlo oggi, come ricordato (da alcuni) come un “grande marxista”; (è roba veramente incredibile e disonesta)]. — Analogamente, così come avvenne per il romanzo di Orwell, pure il romanzo di Anna Banti, è stato travisato e riadattato alla moda del momento; così “in questo caso”, il film risulta persino contrario all’idea originale e, diventa all’occorrenza di chiara matrice “filo-borbonica”. — Quindi, l’autrice del romanzo “Noi credevamo”, potrà parlare solo a coloro che, come me, hanno letto il romanzo e detestano il film.  — [il vero nome dell’autrice del romanzo storico “Noi credevamo”, era Lucia Lopresti (1895 1985), suo nonno Domenico Lopresti, fu incarcerato a Montefusco dal Borbone. E tutt’ora il nome di Domenico Lopresti, figura nella lapide posta in piazza a Montefusco sulla parete del medesimo Carcere Borbonico]. 2,1.Noi credevamo — UNA RECENSIONE E CITAZIONE IN INGLESE DISPONIBILE ONLINE, DALLA QUALE SI EVINCE CHE: (per gli studiosi anglosassoni il carcere era pre-risorgimentale, ESATTAMENTE COME SI AFFERMA QUI e CONTRARIAMENTE a quanto afferma Emilia Dente di Montefusco). — Forum italicum A Quarterly of ltalian Studies / STATE UNIVERSITY OF NEW YORK AT BUFFALO; VOL. 3, N.3, year 1969 (pagg. 477, 478) With Lopresti we escape from these surroundings to the fervor and excitement of “pre-Risorgimento” ltaly, to the ways of the Commune and the revolutions of ’48, the “sects” or secret societies of Musolino and Pisacane, and to the dismal aftermath of Bourbon imprisonment for those who were captured. A Banti is at her best in her descriptions of the various prisons reserved for politica!  Malefactors, from Bagno di Procida to the dark dungeons of Montefusco carved out of the very bowels of the earth. (pagg. 477, 478). http://ojs.cc.stonybrook.edu/index.php/FI/article/viewFile/50/v3n3   3. Sigismondo Castromediano e la memorialistica risorgimentale, di Antonio Lucio Giannone http://www.unigalatina.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1234:sigismondo-castromediano-e-la-memorialistica-risorgimentale&catid=34:critica-letteraria&Itemid=71

La medesima notizia (qui riportata), fu posta alla cortese attenzione della prof. Antonella Orefice in qualità di storica, la stessa ritenne di pubblicar la medesima, analizzata e sintetizzata, sulla rivista storica online: — Nuovo Monitore Napoletano —
http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1591:montefusco-il-lager-dei-borbone&catid=86:storia-xviii-sec&Itemid=28

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